Un gioco di sguardi e profumi

Parlando con Diana, si percepisce subito la sua grande interiorità. In Italia da una decina d’anni, Diana è originaria della Romania. Insieme al marito ha partecipato alla seconda edizione del Migranti Film Festival e ci ha portato un’interessante riflessione su come il cibo e il cinema possano essere importanti strumenti di dialogo interculturale.

Diana Maria Tohătan, dalla Romania all’Italia

Benvenuta Diana, raccontaci la tua storia

Mi chiamo Diana, sono nata e cresciuta in Romania e mi trovo in Italia da dieci anni ormai. Dopo essermi diplomata come assistente sociale in Romania, ho intrapreso un percorso nel sociale, che però ho dovuto abbandonare una volta arrivata in Italia. Qui la mia laurea non è stata riconosciuta, così ho cercato di pensare a quale direzione prendere per far fruttare i miei anni di studio. Ho deciso allora di fare un corso per diventare mediatore culturale, il che mi ha permesso di lavorare in una cooperativa di Cuneo per qualche tempo. Quando il lavoro lì è iniziato a scarseggiare per via di mancati finanziamenti, ho avuto la necessità di cercare un altro impiego. Da circa tre anni sono stata assunta in un hotel come cameriera, una sorta di lavoro tampone in attesa di qualcos’altro che possa valorizzare quello che per cui ho studiato.

Che cosa rappresenta per te il cibo e che cosa, secondo te, lo mette in relazione con le migrazioni?

Per la nostra comunità il cibo è famiglia: quando si cucina si sta insieme, in Romania così come in Italia. È bello condividere con gli altri e far conoscere le proprie tradizioni altrove, è un modo per allargare la famiglia. Per esempio mio marito è italiano: a lui piace tantissimo mangiare rumeno, un pezzo della famiglia è già stato acquisito quindi! Il cibo è un bisogno primario, è la cosa più facile per iniziare un dialogo interculturale. È la stessa cosa che abbiamo fatto a Pollenzo, dove abbiamo proposto i piatti rumeni al pubblico del festival. In questo senso, il cibo è lo strumento più immediato con cui entrare in contatto con nuove persone e territori. Tutti hanno la curiosità di assaggiare piatti nuovi. Ovviamente, la conoscenza approfondita di una tradizione e di un paese non possono limitarsi solo al cibo, ma sicuramente è un primo mezzo per stimolare tra indigeni e stranieri. A questo primo step seguiranno i dettagli che caratterizzano la storia della persona, della comunità cui appartiene e di un territorio intero.

La ciorba de perisoare, minestra rumena di verdura e polpette di carne

Quali piatti hai proposto al Migranti Film Festival?

Quest’anno abbiamo voluto proporre dei piatti rumeni diversi da quelli più tradizionali e conosciuti. Ci siamo così concentrati su ricette ricercate e speciali. Innanzitutto la ciorba de perisoare, una minestra di verdura e polpette di carne di vitello, il tutto condito con la panna acida. E poi un tris di anticipasti, come quelli di formaggio fresco vaccino servito, insieme all’aneto, su una fetta di peperone per farne risaltare la croccantezza, o ancora crostini di pane con pasta di verza e maionese. Nonostante siano delle ricette che prepariamo spesso, quotidianamente così come durante le feste, abbiamo deciso di portare sulla tavola di Pollenzo le zone più sconosciute della Romania. Tutti hanno apprezzato, persino i bambini!

 

Cosa ti sei portata a casa dal Migranti Film Festival?

È stata la prima volta che partecipavo ad un festival che mette insieme un tema così importante come quello delle migrazioni e il cibo, la gastronomia delle varie comunità migranti. Cucinare insieme all’interno delle cucine dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo è stato molto bello, soprattutto interagire con i piatti degli altri attraverso l’olfatto e la vista. Bastava uno sguardo o un profumo intenso e già si aveva un’idea dei piatti! Non solo, ma anche sedersi e guardare i cortometraggi è stato un momento di cui ho goduto al massimo. Tramite i film si riesce ad ascoltare più attentamente, proprio perché non è possibile interagire con i protagonisti, né far loro delle domande. Quello che puoi fare è restare in silenzio, tra i tuoi pensieri e porti mille domande, ascoltando e guardando quello che lo schermo ha da dirti. Ogni corto aveva la sua trama, complessa, triste, divertente e ognuna rappresentava le storie dei migranti in maniera così variegata e piena di dettagli diversi che è stato, per me, pressoché impossibile pensare a una definizione di “migrazione”.

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