Torino golosa, una città da scoprire tra caffè e mercati

È tempo di Salone Internazionale del Libro a Torino. Per cinque giorni l’editoria italiana si riunisce negli spazi del Lingotto (noi siamo al Padiglione 1, stand E75-D84). Non è solo un appuntamento irrinunciabile per gli appassionati di pagine e parole, ma anche una bella opportunità per scoprire la città, che per l’occasione si anima di incontri. Per viverla al meglio – e con grande soddisfazione del palato ­– seguite i mille spunti dell’itinerario torinese del giornalista gastronomico Luca Iaccarino, pubblicato nel libro Weekend Slow Food. 

E se siete al Salone Internazionale del Libro in questi giorni, scoprite gli incontri di Slow Food Editore!

TORINO GOLOSA

I CAFFÈ DI PIAZZA CASTELLO

Se volete capire una certa Torino – quella elegante, borghese, raffinata – potete partire da Mulassano. Mulassano è un gioiello, una bomboniera. Un minuscolo caffè nella piazza che è stata cuore del potere savoiardo per secoli: piazza Castello. Nel 2018 Mulassano ha compiuto 111 anni e chi ami la magia – la città ne è pregna – troverà nel numero qualcosa di esoterico. Il caffè storico è una stanzina liberty tutta legni chiari, marmi, cassettoni, intarsi, ottoni, tavolini di pietra. Lo varò Amilcare Mulassano all’inizio del Secolo Breve, lo mantenne Angela Nebbiolo – che nel 1925 tornò, ragazzina, dall’America portandosi appresso un tostapane e quel tipo di sandwich che D’Annunzio avrebbe battezzato “tramezzino” –, l’ha restituito all’antico splendore la famiglia Chessa, salvandolo dai controsoffitti e dal cartongesso degli anni Settanta. Se riuscite a trovare posto – attenzione alle liturgie: ci sono tavolini occupati dalle stesse persone da decenni –, ordinate un tramezzino con le acciughe al verde e un caffè e siete, benvenuti, a Torino. Se volete proprio sentirvi local, al momento del conto chiedete alla cassa di poter “giocare alla roulette”: vi faranno premere un bottone rosso, e un’antica “ruota della fortuna” nascosta in un angolo deciderà chi dei vostri commensali dovrà pagare.

Piazza Castello, con vista su Palazzo Reale

Che vi accomodiate qua o alla porta accanto – a un passo c’è l’ugualmente antico e meraviglioso Caffè Baratti & Milano, il cui grande salone è del 1874 – siete nel cuore borghese della città. Davanti a voi, oltre i portici, il Palazzo Madama che cambia di secolo a seconda di dove lo guardi: di qua, verso via Po, sa di antica Roma – era la porta della colonia Augusta Taurinorum – e di Medioevo; di là, verso il Palazzo Reale, è del golden boy dell’architettura settecentesca, Filippo Juvarra. Ma a Palazzo Reale andremo dopo, non abbiate fretta: per il momento sappiate che proprio tra Mulassano e Baratti & Milano c’è uno dei luoghi più belli della città, la Galleria Subalpina. Ah, com’è parigina, Torino. E lo era già due secoli fa, come potrete verificare dalle stampe nelle vetrine delle librerie antiquarie “L’ebreo” – così tutti ancora chiamano La Casa del Libro – e Gilibert.

Il ristorante Al Cambio in piazza Carignano

IL CARIGNANO E IL CAMBIO

Dalla Galleria sbucate nell’austera piazza Carlo Alberto. Sulla vostra sinistra, l’imponente Biblioteca Nazionale Universitaria: tutti i manoscritti di Vivaldi sono custoditi qui. Sulla destra, la facciata meno nota di un edificio celeberrimo: Palazzo Carignano. Qui si è fatta l’Italia, perbacco, ci fu il primo Senato. Entrate. Visitate il Museo Nazionale del Risorgimento e, alla fine, uscite dall’altra parte dell’edificio. Eccolo qua, Palazzo Carignano come tutti lo conoscono: con la sua facciata di mattoni rossi e ondulata, il miglior barocco della città. Nella piccola piazza c’è tutto ciò che vi serve. Di fronte, uno dei più bei teatri del mondo, quel Carignano in cui principia Profondo rosso e in cui Paganini sentenziò, in faccia a Carlo Alberto che voleva il bis, «Paganini non ripete!». Accanto, uno dei più bei ristoranti del pianeta, il Cambio, quello dove Cavour banchettava, Nietzsche impazziva – abbracciò il cavallo proprio qui di fronte – e ora c’è il savio Matteo Baronetto, chef di alto rango. A breve distanza il Museo Egizio, riportato al massimo splendore con la direzione di Christian Greco. A un passo, nella via del passeggio – dedicata al matematico Luigi Lagrange, che vi nacque – la bottega del cioccolatiere più famoso di Torino, Guido Gobino.

 

LA MOLE E IL PO

Cinque minuti e siete alla Mole di Alessandro Antonelli, che pare un razzo puntato verso il cielo, come quello di Méliès che finì nell’occhio della Luna: infatti dentro l’edificio simbolo della città c’è il Museo Nazionale del Cinema, la cui parte più bella è quella sul pre-cinema (la collezione di Maria Adriana Prolo). Spingetevi quindi giù, per via Po, a prendere un gelato alla crema da Fiorio (il caffè dove Cavour giocava a whist), o a mangiare un boccone nel quartiere Vanchiglia (la trattoria toscana Ala è tra le più spartane e golose della città), per finire in piazza Vittorio Veneto, affacciati sul Po, con in fronte la più esoterica delle chiese torinesi: la Gran Madre.

 

LE PIOLE DEL QUADRILATERO

Se volete capire un’altra Torino – quella antichissima, caotica, labirintica – fermatevi prima di tutto a Palazzo Reale. Dopo averne visitato le sale e i giardini, tornate sulla piazza su cui affaccia: nell’angolo, nascosto a un osservatore distratto, unpiccolo passaggio voltato porta sul “retro”. Qui, centrale ma nascosto dalla geografia odierna, c’è il Duomo, dove di rado si mostra in pubblico la Sindone, il “sacro lino” normalmente custodito nella cappella accanto, progettata da Guarino Guarini a fine Seicento.

Caffè-Vini Emizio Ranzini, nel Quadrilatero Romano

Benvenuti: state arrivando nella parte più antica di Torino. Siamo in piazzetta IV Marzo, il limine del cosiddetto Quadrilatero Romano, i vicoli sedimentati sulla città che fu. In una stradina ecco un raro esempio di autentica, inimitabile piola, cioè la tradizionale mescita vini, simbolo del vecchio Piemonte, quello cantato da Giovanni Arpino e Fruttero & Lucentini: Caffè Vini Emilio Ranzini. Una stanzetta satura di legni, bottiglie e umori dove si preparano tutti i piatti della merenda sinoira, la merenda che si fa cena: acciughe al verde, friciulin, vitello tonnato, insalata russa, tomini, caponet…Entrate almeno per una Barbera, poi deciderete.

 

UN BICERIN ALLA CONSOLATA

Se andate verso sud, ecco piazza Palazzo di Città, dove dal 1663 ha sede il Comune; qua dietro, all’hotel Dogana Vecchia, soggiornò Mozart. Risalite verso via della Consolata, dove c’è il delizioso, piccolo santuario dalla storia millenaria che le dà il nome, e fermatevi a far merenda al Bicerin, sorseggiando la celebre bevanda omonima a base di cacao, caffè e crema di latte.

L’Antica Tettoia dell’Orologio a Porta Palazzo

IL VENTRE DI TORINO

Se invece scegliete il nord, ecco la Porta Palatina cui è intitolata la strada: testimonia le gesta antiche – c’è persino una statua di Giulio Cesare – ma soprattutto conduce al ventre palpitante di Torino, Porta Palazzo. Dicono sia il mercato all’aperto più grande d’Europa. Sarà vero? Certo è enorme. E c’è proprio tutto tutto: casino, gente, bolgia, carni, verdure, pesci, frutta, sbandati, madame, immigrati, lavoratori, disoccupati, spacciatori, olive, zucchine cinesi, contadini. Perdetevici. Buttatevici. Sguazzateci. Ma in mezzo alla calca ritagliatevi quattro soste: all’enoteca Damarco, la più fornita ed economica della città; alla pescheria Gallina, che fa street food di pesce dimostrando che i 130 chilometri che separano la Mole dalla Riviera sono pochi; al Balon, il mercato delle pulci del sabato, un vero spasso; alla Scuola Holden, l’ateneo per creativi che occupa un’ex caserma a un passo dalla Dora. Un tempo c’erano i mulini e si pescava, ma ormai quel mondo è solo un ricordo negli occhi appannati di Valter Braga, l’oste della Trattoria Valenza che qui è un po’ il genius loci.

Vista su Largo Saluzzo, nel cuore di San Salvario

SAN SALVARIO “GENTRIFICATO”

Se volete scoprire un’altra Torino ancora – quella giovane, creativa, festaiola – venite a San Salvario. È un quartiere famoso o famigerato, a seconda dei punti di vista. E dire che è recente: fino al 1840, quando abbatterono la cinta muraria della cittadella fortificata, quello che si chiamava Borgo Nuovo era sostanzialmente campagna. C’era giusto la chiesa voluta da Madama Cristina che desiderava un luogo di culto sulla strada per il castello del Valentino, che ancora domina – oggi ci studiano gli architetti del Politecnico –il grande parco sul fiume. Ma nella seconda metà dell’Ottocento tutto esplode: la città s’allarga, Torino si fa capitale, parte il cantiere della stazione di Porta Nuova. Proprio la stazione è ancora il limine della zona, il più sgarrupato: ma se nei pressi dei portici di via Nizza c’è un’umanità variopinta, sedimento di decenni di flussi migratori e di integrazione non sempre fortunata, le vie ortogonali che squadrano i palazzi ottocenteschi si sono riempite di locali, localini, ristoranti, ristorantini, laboratori artigiani a non finire. È la gentrification – il fenomeno per cui ex quartieri popolari si riempiono di giovani creativi – di cui San Salvario (con Vanchiglia) è massima espressione cittadina. Partite magari da largo Saluzzo: un pasto in uno dei più amati bistrot torinesi, Scannabue, una crêpe nell’adorabile Adonis o uno spaghetto alla chitarra nella vicina trattoria da Felice (Felice è abruzzese: tante, veraci osterie cittadine sono nate con l’immigrazione dal Centro e dal Sud Italia negli anni Sessanta-Settanta). Dunque: un po’ di turismo religioso – qui attorno c’è tutto: moschee, chiese cattoliche e valdesi, l’inconfondibile architettura della sinagoga –, un salto al simpatico mercato di piazza Madama Cristina e un pranzo da Coco’s, la più verace delle trattorie torinesi: la zuppa di ceci con le costine è verosimilmente la migliore del mondo.

Il Borgo Medievale al Valentino

IL VALENTINO

Poi giù nel verde del parco Valentino: la parte più bella è quella a sud del castello, verso il Borgo Medievale (ricostruzione realizzata per l’Esposizione Universale del 1884), dove c’è il Giardino Roccioso, una teoria di collinette e ruscelletti manutenuti alla perfezione. Risaliti da là, tre chicche in un unico complesso: nel palazzo degli Istituti Anatomici – lo riconoscerete dall’alto camino che serviva per aspirare gli umori delle dissezioni – convivono il Museo di anatomia che porta il nome di Luigi Rolando, il Museo della frutta intitolato a Francesco Garnier Valletti e il Museo di antropologia criminale dedicato a Cesare Lombroso; tre raccolte eccentriche che espongono riproduzioni in cera, gesso e legno rispettivamente di corpi umani, frutti e volti di criminali. Per rinfrancarsi, appena usciti c’è una delle più buone gelaterie torinesi: Eurocrem, la sosta giusta per cioccolato, gianduia, creme, gusti di frutta.

Torino vista dalla pista del Lingotto

IL LINGOTTO

A questo punto, volgete a sud: bastano pochi minuti di metropolitana – a Torino una linea c’è, difficile sbagliare – per scendere al Lingotto, di fronte al quartier generale della Fiat – ops, Fca –, lo scrigno novecentesco della famiglia Agnelli-Elkann rifunzionalizzato da Renzo Piano. Dentro, un centro commerciale ma, soprattutto, la deliziosa Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli. Visitatela prendendo gli ascensori che vi porteranno sul tetto, sulla famosa “pista” dove un secolo fa si provavano le auto. Ridiscendete per un’ultima sosta da Eataly, che è a pochi passi. Quello del Lingotto è stato il primo: nel 2007 era un unicum, ora ce ne sono tanti. Tuttavia questo mantiene due caratteristiche interessanti: essere ospitato in quelli che furono gli spazi della mitica Carpano, uno dei grandi marchi di vermut, e avere al proprio interno Casa Vicina. Si tratta del miglior ristorante di cucina tradizionale della città: se volete mangiare i migliori agnolotti, la miglior insalata russa, la miglior bagna caoda (simpaticissima quellada bere), è il posto ideale. Così, lasciando Torino vi porterete dietro il suo ricordo. E anche il suo profumo. 

Luca Iaccarino

 

Weekend Slow Food

Collana: Guide Slow

Prezzo al pubblico: 19,90 €

Prezzo online: 16,92 €

Prezzo soci Slow Food: 15,92 €

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