L’ultima guerra dei Navajo è contro il cibo spazzatura

«Non c’è mezzo migliore per distruggere gli uomini che rispettare le leggi dell’umanità» scriveva quasi duecento anni fa il filosofo Alexis de Tocqueville, osservando i primi effetti del genocidio dei nativi americani.

Nelle parole vergate nel 1831 dall’autore de La democrazia in America già si intravede la tragedia di un popolo: «Se restano selvaggi, vengono scacciati dalle loro terre dalla marcia dei coloni; se vogliono civilizzarsi, il contatto con uomini più civili di loro li costringe all’oppressione e alla miseria. Se continuano a vagabondare di deserto in deserto, muoiono; se cercano di insediarsi in qualche luogo, muoiono lo stesso».

Oggi gli indiani d’America hanno deposto le armi usate a lungo contro i “soldati blu”. Ma le loro battaglie non sono finite, come si è visto due anni fa con le manifestazioni contro l’oleodotto del North Dakota: sono divenute lotte contro la povertà e l’emarginazione, per l’accesso alla terra e all’acqua, per la difesa dell’ambiente e delle culture minacciate.

La campagna per il diritto al cibo sano nelle riserve, in qualche modo, le riassume tutte. E pochi tra i leader nativi la incarnano quanto la giovane Denisa Livingston, ospite nell’ultima edizione di Terra Madre Salone del Gusto come esponente di Slow Food Indigenous.

Denisa Livingston, attivista Navajo, lotta per l’educazione alimentare dei nativi

Denisa vive in New Mexico e fa parte della nazione Diné, la tribù che noi conosciamo con il nome di Navajo. Con la sua organizzazione, la Diné Community Advocacy Alliance, promuove un diverso approccio al cibo in una comunità dove una persona su tre soffre di diabete o ne è predisposta, mentre i ragazzi tra 10 e 19 anni hanno nove volte più possibilità di contrarre la malattia rispetto ai coetanei di altre razze.

Secondo l’Indian Health Service, il diabete è la quarta causa di morte fra i circa 300mila indiani che vivono entro i confini della Navajo Nation, la più grande riserva esistente con i suoi 71mila chilometri quadrati.

Il governo degli Stati Uniti ha classificato questo territorio come food desert, cioè un luogo dove è virtualmente impossibile acquistare frutta e verdura fresca. Negli undici convenience store della riserva, secondo uno studio, circa l’80% dei prodotti in vendita sono cibo spazzatura.

Per rispondere a questa emergenza, la Diné Community Advocacy Alliance ha caldeggiato l’istituzione di una junk food tax con il doppio obiettivo di scoraggiare gli acquisti di alimenti industriali ed eliminare invece le imposte su frutta, verdura, semi e noci. Con i fondi raccolti si punta a realizzare progetti di educazione alimentare, corsi di cucina e orti comunitari.

Dal 2016 è attiva la Slow Food Turtle Island Association, punto di riferimento per le realtà indigene di Stati Uniti, Canada e Messico in seno alla rete della Chiocciola: «In quanto indigeni, noi siamo Slow Food da prima che Slow Food venisse creata» mi ricorda Denisa.

«Abbiamo creato il Presidio del Manoomin degli Anishinaabeg, una varietà di riso selvatico che le popolazioni native del Minnesota conoscono da millenni, e il Presidio della pecora navajo-churro, oltre a portare diversi prodotti a bordo dell’Arca del Gusto».

Un lavoro fondamentale sia perché offre speranze ai giovani della comunità, sia perché è strumento di una resistenza culturale più ampia, che passa anche attraverso la riscoperta della lingua e della spiritualità Navajo come «parte della connessione con la terra, il cibo e la memoria dei nostri antenati».

C’è, in tutto questo, il senso di una continuità tra i vivi, i morti e i non ancora nati che è inscritta nell’anima di questo popolo, e che Denisa riassume così: «Noi siamo gli antenati dei nostri discendenti, e vogliamo che ci ricordino come buoni antenati».

 

Carlo Petrini

da La Repubblica dell’11 ottobre 2018

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