La terra e il cibo: parole chiave nel nostro futuro

Quando parliamo di futuro la parola Terra non può non essere parte integrante del discorso. E lo è per due motivi. Da una parte perché la Terra, quella con la T maiuscola, è la nostra casa comune, l’ambiente che condividiamo come esseri viventi e che ci garantisce le condizioni necessarie alla sopravvivenza. E dall’altra perché la terra, con la T minuscola, è la base della nostra alimentazione, dei nostri paesaggi, del nostro benessere, cioè del nostro del nostro futuro.

Viviamo in un momento storico in cui l’attività umana sta incidendo, come mai prima nella storia dell’umanità, sull’ambiente naturale. Un’epoca in cui la nostra specie deve prendere coscienza che i processi produttivi che siamo in grado di mettere in atto, e che in molte parti del mondo costituiscono ormai la base fondativa dell’economia, sono capaci di mettere a repentaglio la possibilità per le future generazioni di vivere dignitosamente e di godere del necessario per una sopravvivenza felice.

Si tratta di un’epoca nuova, che come generazione siamo i primi a vivere e ad affrontare, senza libretto di istruzioni e senza un sentiero da seguire, senza modelli. Un’epoca al contempo pericolosa e piena di opportunità per aprire finalmente quella fase di nuovo rinascimento che deve rappresentare il necessario cambio di rotta per la nostra comunità di destino.

Per fortuna possiamo contare sul nostro appellativo di “sapiens”, che indica la peculiare capacità della nostra specie di rispondere alle sfide utilizzando il più sofisticato strumento di risoluzione dei problemi che si conosca, il nostro cervello.

Ecco allora che non solo la comunità scientifica è in grado di individuare quali sono le derive ambientali che stiamo percorrendo a tappe forzate, ma al contempo la popolazione, a tutte le latitudini, sta acquisendo consapevolezza che il tempo dell’azione è arrivato, che se vogliamo avere un futuro su questo pianeta dobbiamo incidere sui nostri comportamenti individuali e collettivi e operare un radicale cambio di paradigma.

In questo ambito il cibo gioca un ruolo determinante. Perché il cibo è ciò che ci tiene vivi e la sua produzione, distribuzione e consumo sono i principali responsabili del depauperamento delle risorse naturali comuni. Non solo, ma il cibo ha a che fare con la nostra identità, con la nostra socialità, con la nostra storia e con la nostra spiritualità. Nessuno può sentirsi escluso dal ragionamento sul cibo.

In questo senso molto è stato fatto, e come dicevo la consapevolezza della popolazione è cresciuta e cresce rapidamente.

Sempre più persone sono coscienti che le proprie scelte in campo alimentare influenzano e orientano il modo in cui il cibo viene prodotto, e sempre più persone esigono che ciò che entra a far parte di noi sia realizzato in armonia con le risorse naturali, nel rispetto degli attori della filiera, nella valorizzazione del piacere sensoriale come un diritto di tutti.

E sempre di più stiamo assistendo, specialmente nel cosiddetto nord del mondo, a un ritorno alle professioni dell’agricoltura e dell’artigianato alimentare. Un ritorno che parte da premesse di qualità intesa in maniera olistica e integrata.

Perché la sfida è questa. Secondo le proiezioni dei demografi, nel 2050 il nostro pianeta ospiterà 9 miliardi di esseri umani, quasi il 30% in più di quanti siamo oggi. Per garantire a tutti il diritto al cibo (non dimentichiamoci che nel 2018 ci sono ancora più di 800 milioni tra affamati e malnutriti), necessariamente dobbiamo ripensare a come lo produciamo. Non solo, ma non possiamo più disinteressarci di come il cibo finisce sulle nostre tavole.

Ecco allora che esigere informazioni trasparenti e tracciabilità, avviare una lotta senza quartiere allo spreco, ridurre drasticamente l’utilizzo di agrotossici in agricoltura, ridurre i consumi di carne e favorire l’accorciamento delle filiere non sono più opzioni riservate a qualche frangia elitaria di popolazione, sono l’unica opzione possibile.

 

Carlo Petrini

da La Repubblica – inserto Salone internazionale del Libro del 10 maggio 2018

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