Kenya, la campanella suona contro la grande sete

Molto lontano dalle nostre città esistono ancora angoli di mondo dove il ritmo della vita viene scandito dal tintinnare delle campanelle nel cuore della notte. Attraverso le silenziose distese del deserto del Chalbi, nel nord del Kenya, i pastori guidano greggi di capre e pecore sotto la luna, aiutandosi con il suono dei piccoli sonagli.

Tumal Orto Galdibe è uno dei pastori della comunità Gabra, conosciuti in questa regione africana anche come allevatori di cammelli. Il suono della campana, mi spiega, è ancora più importante per i cammelli di quanto lo sia per le capre. Dall’acqua al pascolo questi animali dalla straordinaria memoria riescono a orientarsi grazie al loro udito.

Ma non sono soltanto gli animali ad avere buon orecchio. Le campane giocano un ruolo anche nella vita della comunità, dove vengono fatte suonare in successione – dalla più piccola alla più grande – ogni volta che si festeggia la nascita di un nuovo bambino. È così che la lieta notizia raggiunge un po’ alla volta i villaggi vicini.

Tumal Orto Galdibe e Carlo Petrini

La famiglia Orto Galdibe vive di allevamento da 235 anni ai piedi dei pascoli delle Hurri Hills, nel villaggio di Maikona, che si trova nel nord della contea di Marsabit. Il latte, consumato crudo o trasformato con vari tipi di fermentazione, è la fonte di sostentamento principale per loro: un tempo veniva prodotto anche il formaggio usando i metodi tradizionali, ma le condizioni dei pascoli sono ormai troppo cambiate.

In questa zona del Kenya infatti il cambiamento climatico è già qualcosa di più di una brutta eventualità futura. Fino a pochi decenni fa, le prime precipitazioni arrivavano alla metà di ottobre e proseguivano fino a dicembre. Da maggio 2015 ad aprile dello scorso anno invece non ha piovuto nemmeno una volta, e quando la pioggia è arrivata, nella notte del 30 aprile, Tumal ha perso 225 tra pecore e capre del suo gregge, più tre cammelli e due asini.

I pastori più previdenti cercano di adattarsi alla siccità con una “pianificazione familiare” del gregge. Si cerca cioè di fare in modo che le femmine non partoriscano nel periodo più critico, tra maggio e ottobre. Tumal è riuscito a perfezionare queste tecniche in modo da assicurarsi che le madri siano abbastanza forti da allattare gli agnellini e i capretti per sei mesi, anche perché perdere una femmina gravida o in fase di allattamento è ancora più grave.

Ma la grande sete non è solo un problema economico e ambientale. La scarsità d’acqua induce a concentrarsi nei pascoli migliori, sempre più affollati e perciò più soggetti al diffondersi di epidemie. Al confine tra Kenya ed Etiopia questi spostamenti hanno creato anche tensioni politiche fra le comunità Gabra e Borana, che il governo kenyota ha chiesto proprio a Tumal di mediare nelle sue vesti di leader locale.

La costruzione di nuove strade, l’espansione delle aree urbane e l’esplorazione petrolifera contribuiscono a ridurre le terre disponibili. Come nell’area del lago Turkana, dove il governo ha concesso alla Tullow Oil Company di estrarre petrolio nonostante le forti proteste delle comunità pastorali. Nella contea di Marsabit, intanto, oltre 60mila ettari di terreni sono stati espropriati per far posto alle pale eoliche.

«Cosa dovremmo fare? Nel mondo ci sono 350 milioni di pastori e le città non possono certo accoglierli tutti» ricorda Tumal, che dal canto suo confida in un’integrazione sempre maggiore tra i saperi scientifici e le conoscenze tradizionali: «Il mio appello è questo: portiamo la voce dei pastori anche nei grandi consessi come le Cop. Gli scienziati e i governanti che si radunano là possono acquistare cibo al supermercato anche quando arriva la siccità. Ma il pastore no. Il suo sostentamento, l’educazione dei suoi figli, la sua intera salvezza dipende proprio da quel gregge». Ci sarà qualcuno, nelle stanze dei potenti, disposto ad ascoltare il suono delle campanelle?

 

Carlo Petrini

da La Repubblica del 1 marzo 2018

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