I semi garantiscono la sopravvivenza dell’umanità: lasciamoli liberi

Si parla troppo di cucina, solo superficialmente di materia prima, poco di agricoltura, e niente di semi. Potrebbe sembrare un argomento banale, ma non è così: sono sufficienti alcuni dati. Negli anni Settanta nel mondo esistevano oltre 7000 aziende sementiere. Poi, proprio come è successo in tutti gli altri settori della produzione, queste aziende sono cambiate, ingrandendosi e concentrandosi attraverso fusioni e acquisizioni, fino ad arrivare a un radicale cambiamento di scenario.

Oggi il mercato delle sementi è concentrato in pochissime mani. Nell’Unione Europea, le prime cinque aziende del settore controllano il 75% delle sementi di mais e il 95% dei semi di ortaggi. A livello globale, il dato è ancora più impressionante, direi spaventoso: le prime tre aziende detengono il 53% del mercato, le prime dieci arrivano al 75%.

Anche se volessimo tralasciare il fatto che spesso queste stesse aziende controllano parallelamente grosse fette del mercato dei pesticidi, diserbanti e fertilizzanti, il dato rimarrebbe comunque sconcertante, e dovrebbe attirare la nostra attenzione: stiamo davvero lasciando che un settore così importante, vitale, sia soggetto alle stesse dinamiche di altre produzioni industriali?

Se il cibo non è solo merce ma ha un valore intrinseco più grande del suo prezzo, lo stesso, e ancora di più, vale per i semi.

Perché il seme è il nucleo fondamentale della vita, ed è il risultato del lavoro degli uomini e (soprattutto) delle donne che, stagione dopo stagione e secolo dopo secolo, hanno curato e selezionato le sementi che meglio potevano adattarsi al territorio, al clima, e che hanno poi disegnato paesaggi e tradizioni gettando le fondamenta di tutte le culture di ogni popolo della terra.

Come possiamo consegnare tutta questa conoscenza nelle mani di poche decine di aziende che per loro stessa natura tendono a ridurre e arginare le diversità, in quanto il particolare mal si sposa con le logiche dell’economia di scala e dell’accentramento del potere? Come possiamo permettere che in alcune zone del mondo le lobby delle industrie siano riuscite a vietare gli scambi informali tra contadini, un meccanismo alla base delle civiltà rurali lungo tutta la storia dell’agricoltura? Per la cronaca, questo succede anche in Italia, dove gli agricoltori non possono riprodurre liberamente i propri semi di grano duro ma sono obbligati ad acquistare semi certificati dalle ditte sementiere.

Dobbiamo prestare attenzione ai semi. Questo sarà un nodo cruciale per la giustizia sociale legata alla sovranità alimentare, e, in un mondo sempre più esposto a rischi climatici e biologici, la biodiversità rimarrà il più potente strumento di difesa per la sopravvivenza dell’umanità, ed è nostro dovere tutelarla.

 

Carlo Petrini

tratto dal numero 5/2018 di Slow, la rivista di Slow Food Italia

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