Donne, bando agli stereotipi (anche in cucina!)

Signori e signore, ma soprattutto signore. In questo 8 marzo 2018 segnato dai #metoo e dai #wetogether vogliamo lanciare una provocazione, senza dubbio più lieve ma comunque talmente radicata nel nostro inconscio da essere lì, inestirpabile, da tempo immemore.

Dire che in determinati ambiti siamo più brave è senza dubbio un asso nella manica da tirar fuori al momento giusto. Ma quando queste competenze che ci attribuiamo sottintendono che il nostro campo d’azione è limitato ad attività riconosciute come femminili nell’immaginario collettivo o, peggio ancora, quando ci autoidentifichiamo totalmente in questi ruoli, allora abbiamo consegnato la vittoria nelle mani del nemico. Che poi a ben vedere siamo noi stesse.

Prendiamo a esempio le brevi biografie che accompagnano i profili sui social, giusto per parlare di qualcosa di contemporaneo. Perché l’opinion leader impegnata sui temi sociali si definisce giornalista o scrittrice e la ricercatrice non ha bisogno di ulteriori appellativi che certifichino la qualità del proprio operato, mentre per rappresentare le professioni legate al cibo abbiamo bisogno di evidenziare che siamo donne e magari anche di fare riferimento alla prole?

Perché non basta dire che amiamo cucinare, ci piace scrivere e facciamo le food blogger, giusto per citare una professione legata al cibo? Non è abbastanza cool affermare con orgoglio che sì, ci piace spadellare dalla mattina alla sera, ma lo facciamo per noi stesse prima che per una manica di affamati che batte le posate sulla tavola invocando cibo?

Perché noi donne per prime siamo così conservatrici da continuare a reiterare un’immagine di sicurezza del focolare domestico vecchia di millenni, mentre la nostra realtà è ben più complessa, e per fortuna più divertente?

Lo dimostra Cinzia Scaffidi nel libro Che mondo sarebbe. Pubblicità del cibo e modelli sociali – appena uscito per i tipi di Slow Food Editore – che con irriverente ironia ci fa scorrere davanti agli occhi gli spot televisivi sul cibo degli ultimi 30 anni, mettendoci in mano qualche chiave di lettura (critica) in più. Tra i vari “cartonati” decostruiti dalla Scaffidi c’è appunto il ruolo tradizionale della donna.

L’autrice infatti pone l’accento sulle differenze che ci sono tra le donne degli spot che non riguardano il cibo e la figura femminile in quelli di prodotti alimentari. Le prime sono molto fortunate perchè «possono lavorare, viaggiare con le amiche, avere conversazioni più o meno sensate con i loro mariti e i loro figli… negli spot non-food le donne possono essere donne e basta, mentre in quelli del cibo hanno quasi sempre una connotazione che le relaziona a una famiglia: sono mogli, madri, nonne, figlie di qualcuno».

E se i copy delle agenzie di comunicazione scelgono un lui come protagonista dello spot la debacle è totale: «O le signore sanno tutto di come si deve mangiare, cucinare e servire, e dunque sguàtterano per servire mariti e figli il cui fondoschiena è un tutt’uno con la sedia; oppure i mariti hanno finalmente raggiunto un po’ di buon senso e competenza, ma allora le signore perdono le proprie. Sicché, signora mia, questa sembra la scelta: o la Coop sei tu e allora corri a fare la spesa, cucinala, servila in tavola e possibilmente rigoverna dopo il pasto; oppure Conad è lui e allora non c’è nulla, assolutamente nulla che sfugga al suo sapere e alle sue competenze».

Ma questa immagine stereotipata di donne&cibo non si ferma agli spot pubblicitari. Anzi, viene da molto più lontano, ed è quello che raccontiamo ogni giorno nelle scuole e ogni sera alle nostre bambine e ai nostri bambini prima di andare a letto attraverso le fiabe più diffuse, da Cenerentola in su. E allora non c’è da stupirsi se i bambini non capiscono più come mai papà sparecchia e stende i panni se «questo è un lavoro da donne» (cit. Le avventure di Peter Pan, cartone Disney del 1953).

Ben altra cosa dalle Storie della buonanotte per bambine ribelli di Francesca Cavallo ed Elena Favilli (Mondadori). Un libro che è diventato un movimento globale e un simbolo di libertà raccontando le avventure di donne capaci di sognare – e sarebbe bello se tra le 200 storie dei due volumi ci fosse qualche eroina del cibo in più, oltre alla conosciutissima chef Giulia Child.

Due letture sui generis che ci offrono uno spunto per reinventarci, lontano dagli stereotipi di genere. Buon 8 marzo!

 

Elisa Virgillito

e.virgillito@slowfood.it

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