Davide con(tro) Golia: come cambia il rapporto tra agricoltori e grande distribuzione

Solo pochi mesi fa in Francia il mondo dell’agricoltura biologica si è diviso attorno al “Marché Interdit” di Carrefour, l’iniziativa che promuoveva in una quarantina di supermercati la vendita di verdure ottenute da semi contadini (la cui commercializzazione è illegale nell’Esagono).

La benedizione della Confédération paysanne di José Bové a quello che molti ritengono un “patto col diavolo” ha fatto particolare scalpore, ma questa è solo uno dei molti segnali d’interesse che i colossi della grande distribuzione stanno lanciando con crescente frequenza al mondo dei produttori di piccola scala, del biologico, degli allevamenti attenti al benessere animale e in generale a tutto ciò che risponde ai dettami di un’agricoltura buona, pulita e giusta.

Ma è davvero tutto oro quel che luccica? Non sono in pochi a tener fede al motto virgiliano Timeo Danaos et dona ferentis (che si può rendere con “temere i nemici anche quando portano doni”). Perché parlare di grande distribuzione organizzata significa anche parlare di meccanismi che stritolano la filiera con il meccanismo delle aste al doppio ribasso, e quindi di caporalato e sfruttamento del lavoro, di scarsa attenzione alla qualità degli alimenti, di logistiche assurde ed energivore.

Certo non basta mettere in mostra uno scintillante scaffale di prodotti biologici e cruelty free per passare un colpo di spugna su tutto quel che c’è di più standardizzato e industriale, nel senso deleterio del termine, fra le corsie di un supermercato. Ma è altrettanto vero che l’attenzione dei grandi attori del settore alimentare verso i comportamenti etici ed ecologici è la spia di un cambiamento nelle scelte dei consumatori cui forse non si può più rispondere con un puro e semplice greenwashing.

La grande distribuzione non è tutta uguale, assicura il presidente di Coop Italia Marco Pedroni snocciolando numeri e progetti davanti al pubblico di Terra Madre Salone del Gusto.

«Tutelare i produttori, anche in una nazione come l’Italia che ha una frammentazione agricola estrema, è possibile. Ma c’è una grossa differenza fra chi standardizza e semplifica la propria proposta e chi invece lavora per dare valore al patrimonio enogastronomico del Paese e delle sue cento cucine locali» afferma il numero uno del movimento delle cooperative di consumo.

Coop Italia è il principale soggetto sul mercato italiano della distribuzione organizzata, con un fatturato da 13,1 miliardi e una quota di mercato che nel 2011 arrivava al 18,4%, davanti ai gruppi francesi Carrefour e Auchan e all’italiana Conad. Ciononostante, Pedroni tiene a rimarcare le differenze: «Non ci riteniamo assimilabili a Carrefour o Eurospin, e lo testimonia la nostra collaborazione con Slow Food da molti anni».

Un esempio per tutti, sostiene Pedroni, è il monitoraggio sulla filiera del pomodoro e sulla quindicina di filiere a rischio di illegalità e lavoro nero che Coop ha avviato: «Noi non abbiamo rapporti solo con chi ci vende il pomodoro nell’ultimo miglio, ma andiamo a vedere cosa succede a monte, mandando i nostri ispettori sul campo: negli ultimi 3 anni abbiamo sospeso il rapporto con tredici dei nostri fornitori».

Anche in altri ambiti ci sono sfide importanti da raccogliere. Pedroni cita la questione del benessere animale, con la scelta di vendere solo uova di galline allevate a terra portata avanti fin dal 2000 (dall’anno scorso si punta inoltre all’eliminazione degli antibiotici). In tema di sostenibilità ambientale, Coop è anche l’unica impresa italiana ad aver aderito alla richiesta dell’Ue per lo smaltimento volontario delle plastiche.

Tutto questo però ha un costo. E le aziende hanno bisogno di far sapere alle famiglie perché alcuni prodotti possono costare più di altri: «Questo è il merito di Slow Food. Se non abbiamo dietro un movimento di persone che sappiano dare merito al valore aggiunto non possiamo innescare un cambiamento: se invece le scelte etiche, ambientali e sociali sono riconosciute, si può chiedere di pagare un centesimo in più».

Sulla necessità di distinguere tra soggetti della grande distribuzione concorda Livia Ferrara di Cucinato, una piccola realtà torinese che produce piatti pronti al consumo lavorando anche con i supermercati: «La GDO è un mondo complesso, per dimensioni e logiche: i piccoli supermercati di prossimità sono i nostri migliori clienti, punti vendita ormai fondamentali in città che hanno sostituito per esempio le latterie. Ma se si va a vedere da vicino, ci si accorge che spesso i proprietari di questi minimarket vengono da quella piccola e media imprenditoria commerciale che prima gestiva le latterie, e ora si è associata ai marchi».

La vera difficoltà è nell’avviare un rapporto con le grandi catene: «Noi non riusciamo ad arrivare nella “vera” GDO, perché questa richiede al produttore un rapporto lineare e una serie di adempimenti che il piccolo non può permettersi, a cominciare le spedizioni con i corrieri».

I distributori, poi, tendono a rinchiudere i produttori di piccola scala dentro recinti dai confini ben visibili: «È la famosa “tutela dei piccoli produttori”. Si finisce relegati all’interno di nicchie ecologiche come il panda, e la GDO pretende di vincolarci alla tradizione senza possibilità di innovare: ma perché dovremmo essere costretti a produrre tutti quanti tajarin, insalate russe e vitello tonnato solo perché lavoriamo a Torino, mentre là fuori c’è un mondo di consumatori che poi finiscono per acquistare zuppe industriali?».

Scardinare la mentalità che impone di scegliere tra “la nicchia del panda” e la competizione feroce dello scaffale dovrebbe essere quindi un presupposto essenziale.

Su una criticità, infine, concordano sia i distributori che i produttori agroalimentari: serve una logistica che venga incontro alle esigenze degli artigiani del cibo.

«Il problema vero è che oggi il prodotto agricolo pugliese spesso va dalla Puglia a Milano e poi torna a Roma: questo è ciò che dovremmo evitare» riconosce Pedroni.

L’eccessiva distanza tra chi produce e chi vende è all’origine dei troppi ricarichi all’interno della filiera, ma è soprattutto il mondo agricolo a procedere in ordine sparso: «Tra i costi diretti di produzione e la parte distributiva c’è oltre il 40% dei costi, che non vanno né al produttore né al distributori: in parte è un problema logistico, in parte è inefficienza dovuta anche al fatto che i produttori sono poco organizzati».

La presenza di interlocutori organizzati sui piani della logistica e del controllo di qualità spesso fa la differenza tra il successo e il fallimento, spiega il presidente di Coop Italia: «Le mele del Trentino, dove ci sono pochissimi produttori però bravi e organizzati, vendono oltre il 60% del prodotto nel mondo. A Pachino invece hanno aumentato in modo abnorme la produzione di pomodorini e stavano per saltare: in questo caso abbiamo aiutato il nucleo storico dei produttori garantendogli un prezzo più alto».

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

  • Hai imparato qualcosa di nuovo da questa pagina?
  • Si   No
SlowFood, Prendici Gusto, diventa socio