Terra Madre Salone del Gusto 2018 continua in tutto il mondo con Food for Change

Coltiviamo soluzioni per il cambiamento climatico

«La maggior parte dei cuochi non pensa o non sa che il riscaldamento globale è legato all’alimentazione. Si pensa al settore dell’energia, ai trasporti, alle abitazioni troppo riscaldate, ma mai si collega al cibo. E invece sappiamo che il sistema alimentare ha la responsabilità maggiore. Ecco perché noi cuochi abbiamo un ruolo capitale per aiutare a contrastare questo fenomeno: possiamo immaginare la nostra cucina con meno carne, meno pesce, più cereali, piùlegumi, dobbiamo attivarci per riconquistare la libertà dei semi, per moltiplicare i modelli agroecologici e gli allevamenti rispettosi del benessere degli animali e dell’ambiente. Noi cuochi abbiamo la responsabilità di nutrire l’umanità, insieme possiamo essere una controparte all’industria» ha dichiarato Olivier Roellinger, chef di Relais & Châteaux, annunciando l’adesione a #foodforchange, la campagna di sensibilizzazione lanciata da Slow Food nella giornata di chiusura di Terra Madre Salone del Gusto 2018 per sensibilizzare sulla relazione tra cibo e cambiamento climatico. Con #foodforchange Slow Food chiama a raccolta la rete globale per invitare tutti a riflettere e modificare anche di poco quelle abitudini che sommate hanno un pesante impatto negativo sul pianeta, anche con una call to action che dal 16 al 22 ottobre impegnerà gli slow foodies in tutto il mondo.

Riteniamo urgente e necessario coinvolgere quante più persone possibile nella campagna Food for Change perché il cambiamento climatico è una realtà con cui stiamo già facendo i conti e di cui in pochi vogliono ammettere l’urgenza. Eppure scienziati e climatologi non hanno più dubbi: se non si adotteranno misure per ridurre le emissioni globali di CO2 entro il 2100, la temperatura terrestre potrebbe aumentare di circa 4°C. Con effetti da romanzo di fantascienza: precipitazioni rare, ma intense e dannose, uragani, tornado ed eventi climatici estremi, caldo torrido e desertificazione. Alcune stime prevedono che un miliardo di persone potrebbe rimanere senza acqua, due miliardi patirebbe la fame, la produzione di mais, riso e grano crollerebbe del 2% ogni 10 anni. 187 milioni di persone potrebbero essere costrette ad abbandonare le loro case e fuggire da territori sommersi dall’acqua.

Gli studiosi sono concordi nel ritenere che dobbiamo assolutamente lavorare tutti per contenere l’innalzamento delle temperature a un aumento del +2°C, il limite per condizioni di vita accettabili[1]

Non è una missione impossibile e tutti noi possiamo contribuire, anzi, noi occidentali dovremmo sostenere l’onere maggiore. Perché proprio il nostro sistema alimentare industriale è tra le maggiori cause delle emissioni clima alteranti.

«A livello globale la produzione di cibo è responsabile di un quinto delle emissioni di gas serra (21%): un numero che dipende in larga parte da metodi produttivi che hanno perso qualsiasi contatto con la natura e rispetto per l’ambiente. Ecco perché aiuti e sostegno dovrebbero andare a modelli agricoli più naturali, mentre oggi, dei 62,5 miliardi di euro di fondi europei e italiani destinati all’agricoltura, solo 1,8 miliardi, che corrispondono a meno del 3% delle risorse totali, sono destinati all’agricoltura biologica. La restante parte va a finanziare modelli agricoli basati sull’utilizzo di concimi e pesticidi[2]» ha dichiarato Richard McCarthy, direttore esecutivo di Slow Food Usa.

Eppure, le emissioni generate dall’applicazione di fertilizzanti rappresentano il 13% delle emissioni del sistema agricolo. Si tratta della fonte di emissioni nel settore primario a più rapida crescita: dal 2001 è aumentata del 45% circa[3]. È un paradosso che le nostre tasse continuino a finanziare un sistema che ci avvelena a inquini il pianeta.

Un altro fronte sul quale possiamo intervenire tutti e con vantaggi per la nostra salute e del pianeta Terra è quello del consumo di carne: l’allevamento intensivo è responsabile del 14,5% delle emissioni globali di gas serra.

E ancora una volta la responsabilità è dell’Occidente dove negli ultimi 50 anni il consumo di carne è quadruplicato: in media un cittadino dell’Unione Europea ne consuma 80,6 kg l’anno. Secondo le indicazioni dell’Oms ne basterebbero 25, ma dimezzare questa quantità sarebbe già una vittoria. In Africa è meno di un quarto rispetto a quello delle Americhe, Europa e Oceania, ed è pari al 17% del livello raccomandato di consumo di proteine, per la nostra salute e per quella del pianeta.[4]

Eppure sono proprio le popolazioni più fragili e meno responsabili quelle a essere più colpite dagli effetti del clima che cambia tanto da costringere intere comunità a spostarsi già oggi, come racconta Tumal Orto Galdibe, pastore indigeno del Deserto del Chalbi nel nord del Kenya: «Trovare l’acqua per i miei animali è la più grande sfida della mia vita. Percorriamo lunghe distanze, fino a 100 chilometri, per trovare pozzi poco profondi per le capre. E se il viaggio è troppo duro gli animali più deboli e quelli più giovani sono lasciati indietro. Negli ultimi 17 anni ci sono state piogge insufficienti, i pascoli sono devastati. Nuove e misteriose malattie si diffondono tra gli animali, e i parassiti diventano sempre più resistenti. Ogni anno, le perdite dei raccolti rendono sempre più difficile nutrire gli animali, il che significa che abbiamo meno latte e meno carne da vendere. I redditi delle famiglie di pastori sono in declino. Non c’è dubbio: il cambiamento climatico è reale, e ci sta colpendo adesso. Non possiamo aspettarci che la situazione migliori. Peggiorerà. Per affrontare queste condizioni dure, dobbiamo allontanarci sempre di più con i nostri animali dai campi primari di pascolo».

Secondo l’International Organization of Migration stima che da 25 milioni a un miliardo di persone potrebbero essere spinte a migrare nei prossimi 40 anni. Mentre l’innalzamento degli oceani, costringerà 187 milioni di persone a fuggire da territori sommersi (la spesa necessaria per affrontare il problema dell’avanzamento degli oceani è valutata intorno al 9% del Pil globale).

Se a questo aggiungiamo il contributo dello spreco, che genera 3,3 miliardi di tonnellate di gas serra l’anno[5], la necessità di cambiare modello è evidente. A partire dal cibo ovviamente che è causa, vittima e soprattutto possibile soluzione e fattore di contenimento del riscaldamento globale.

Food For Change è una campagna on line e off line che parte dalle esperienze ed esempi positivi di soluzioni adottate dalle comunità di Slow Food in tutto il mondo. Ma Food For Change è anche una call to action, un invito all’azione a partire dalla prima sfida che dal 16 al 22 ottobre impegnerà gli slow foodiers in tutto il mondo: per una settimana si può scegliere di cucinare usando solo ingredienti locali, non mangiare carne, portare gli sprechi a zero o tutte e tre le iniziative. Slow Food Usa mette in palio tre bellissimi viaggi premio! A Slow Food Nation (negli Stati Uniti, luglio 2019), a Cheese (a Bra a settembre 2019) o ancora a Bruxelles dove incontrare un cuoco della nostra Alleanza.

In base al numero di persone che parteciperanno a queste sfide, in collaborazione con Indaco2 (INDicatori Ambientali e CO2, nata come spin-off dell’Università di Siena) potremo stimare quanta CO2 eq. è stata risparmiata grazie all’impegno collettivo.

Sul nostro sito (www.slowfood.it/food-for-change) potete già trovare, oltre a un approfondimento sui dati che mostrano il rapporto tra clima e cibo, i risultati della ricerca Dieta amica del clima. Lo studio, a cura di Indaco2 con la consulenza del dott. Andrea Pezzana, medico nutrizionista (SC Nutrizione Clinica – ASL Città di Torino), calcola il taglio di emissioni di gas serra dovuto a una dieta più salutare. Gli studiosi hanno calcolato che scegliere più vegetali e legumi, meno carne, e rinunciare ai cibi processati comporta un risparmio notevole di emissioni di CO2. In sintesi scegliere la sostenibilità e la salute significa risparmiare ogni settimana 23 kg di CO2 eq. Che cosa significa in parole semplici? Evitare ogni anno al pianeta gas serra pari a quelli emessi da un’auto che percorre oltre 3300 km. Se consideriamo che ogni europeo mediamente percorre ogni anno 12.000 km, consumare regolarmente cibi salubri equivale a lasciare l’auto in garage per più di 3 mesi!

[1] Dati IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change. Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico è il foro scientifico formato nel 1988 da l’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO) e il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) allo scopo di studiare il riscaldamento globale. Al momento è l’istituzione scientifica di riferimento negli studi di settore

[2] Cambia la Terra. Così l’agricoltura convenzionale inquina l’economia (oltre che il Pianeta), rapporto 2018 promosso da Federbio, con il sostegno di Isde, Legambiente, Lipu e Wwf.

[3] Fao 2012

[4] World Livestock 2011: Livestock in food security, Fao, 2011)

[5] Fao 2015

 

 

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