Solo profitto o sostenibilità? Modelli a confronto per l’economia di domani

John Ikerd: «Per un’agricoltura sostenibile torniamo ai princìpi di base della democrazia e all’idea di un mercato tradizionale»

Il tema dei monopoli è stato al centro del dibattito, ieri, tra Barry Lynn e John Ikerd, moderati dal vicedirettore de Il Sole 24 Ore Roberto Bernabò. Il primo è giornalista e scrittore, ricercatore presso il think tank della New America Foundation a Washington, DC, ha diretto il programma Open Markets e scritto ampiamente su globalizzazione, economia e politica. Il secondo è professore emerito di Agricultural & Applied Economics all’Università del Missouri, dove si occupa di economia e agricoltura sostenibili.

Parlarne è fondamentale. Perché stiamo vivendo a credito sul pianeta, consumando molte più risorse di quanto esso possa offrire e perdendo la relazione con la natura, i suoi ritmi e i suoi tempi. Per quanto riguarda la sperequazione delle risorse dobbiamo anche ricordarci le differenze marcate tra Paesi ricchi e meno ricchi: nel 2018 l’Earth overshoot day è caduto il 15 marzo negli Usa, mentre in Vietnam si prevede che sia il 21 dicembre.

Secondo Barry Lynn, «oggi negli Stati Uniti e in tutto il mondo stiamo affrontando la maggiore minaccia per le nostre democrazie, che dipende dalla concentrazione del potere economico, dalla concentrazione del controllo. Per lungo tempo ci hanno raccontato che il mondo globalizzato sarebbe stato un mondo di pace, libero, utopico. In realtà già 40 anni fa, nell’epoca Reagan e Thatcher, ci hanno privati della libertà, abolendo le leggi che ci tutelavano contro i monopoli, modificando le regole di base. L’affermazione dei monopoli è avvenuta in nome dell’efficienza, del trattarci come consumatori e non cittadini. Ora in tutti i settori sono presenti monopoli che non esistevano in passato. E questa situazione si è ulteriormente aggravata con l’avvento di Google o Facebook, che controllano anche il flusso delle informazioni. Questa è la minaccia più grande che abbiamo affrontato da molti decenni, e ora dobbiamo vincere, contrastare questa tendenza».

La riflessione di Ikerd parte dalla definizione di capitalismo, che ora appare come una delle principali cause dei problemi che dobbiamo affrontare. «Oggi, però, non abbiamo né il capitalismo né la democrazia, siamo evoluti in un qualcosa di molto diverso. Abbiamo il corporativismo e la plutocrazia. In tutto ciò, il nostro Governo non è riuscito a far fronte a una delle sue prime responsabilità, mantenere la competitività in un vasto numero di aziende. Si è puntato tutto sull’efficienza allocativa, sulla riduzione dei costi aumentando la grandezza delle aziende. Ci si è concentrati solo sui temi del prezzo, dell’output, senza più riuscire a garantire la sostenibilità. Quel che dovremmo fare per avere un’agricoltura sostenibile è tornare ai princìpi di base della democrazia e all’idea di un mercato tradizionale, fondato sulla competitività».

Ciononostante, è possibile cogliere segnali di speranza. «Non nell’amministrazione Trump, non nelle forze di destra europee nelle quali, però, vedo una reazione, una ribellione contro i monopoli», continua Lynn. «Lottano contro i monopoli ma non sanno come, e lo fanno con le persone sbagliate. Oggi si parla di populismo, termine che deriva da the people party, il partito del popolo, delle persone. Questo termine significa che il popolo ha il controllo. In realtà Trump non è un populista, ma un demagogo, e anche in Europa non abbiamo populisti, ma demagoghi. La speranza risiede qui: nel togliere potere ai monopoli, mantenendo la democrazia». Anche Ikerd nutre speranze, e le colloca nella possibilità di un’interconnessione con la terra. «Sono convinto che riusciremo a cambiare la società e l’economia perché non sono sostenibili. Bisogna aggregarsi a livello nazionale, internazionale, mondiale, tornando ai diritti fondamentali. Tutte le persone sono create uguali e dotate di diritti inalienabili. Tutti hanno il diritto di perseguire la felicità. Negli Usa c’è ad esempio il movimento A Move to Emend, che vuole garantire alle persone la partecipazione al processo politico, mentre il sistema alimentare locale si sta muovendo nella direzione della sostenibilità, verso l’affermazione della nostra interconnessione con la terra, spingendoci verso un’integrità anche ecologica che possa attuare un cambiamento che sia fondato su princìpi solidi. L’aumento della produttività non garantisce cibo per tutti, ma solo l’arricchimento delle grandi aziende, mentre il numero degli affamati sta crescendo. Il sistema alimentare attuale è palesemente distruttivo. Al contrario, dobbiamo isolare questa filiera della sostenibilità rispetto al filone dell’economia globale. Bisogna produrre cibo in modo sostenibile, proteggendo questa filiera rispetto al modello di sfruttamento che attualmente vige sul mercato. Bisogna garantire a tutti cibo sicuro, e sostenere le aziende che producono in modo sostenibile. Se guardiamo avanti lottando potremo vincere il mondo. È un momento difficile, ma anche pieno di opportunità. Dobbiamo prendercele».

Mercati, competitività, sostenibilità. Questi gli argomenti anche al centro dell’incontro presso lo stand Mipaaft-Ismea, in cui il dibattito si è focalizzato sullo sviluppo dei mercati contadini. A livello europeo, l’Italia è il paese leader nel settore dei farmers’ markets, e la seconda nazione al mondo dopo gli Stati Uniti. Il valore economico di questi mercati è importante e non possono più essere visti come un fenomeno solo culturale e folkloristico: stiamo infatti parlando di 6 miliardi di fatturato l’anno, tanto che l’Italia ha conquistato il primato di primo paese europeo per Pil agricolo: un dato che rappresenta una rivincita rispetto ai forti squilibri sociali, culturali e ambientali che il perseguimento del mero profitto crea.

 

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