Carlo Petrini: «Vi racconto il futuro di Slow Food»

In un mondo in cui convivono 800 milioni di malnutriti e quasi 2 miliardi di persone obese o sovrappeso, il cibo rimane una questione centrale per definire il futuro della società umana su questo pianeta. Se a questo si aggiunge il fatto che la produzione, distribuzione e consumo del cibo sono tra i principali responsabili del cambiamento climatico e dell’ingiustizia sociale, allora questa premessa è ulteriormente avvalorata. Non c’è dubbio, dunque, che lavorare per il cambiamento di un sistema alimentare che non funziona è una sfida che ci deve vedere tutti coinvolti, da attivisti, da cittadini, da addetti ai lavori.

Ecco allora che un movimento come quello di Slow Food, che ha fatto della centralità del cibo il suo tratto distintivo e caratteristico, deve quanto mai oggi essere in grado di costituire l’avanguardia su questi temi, deve saper proporre soluzioni e visioni, deve avere la forza di influenzare un dibattito che richiede nuovi paradigmi e nuovi approcci.

Su questi temi a Pollenzo abbiamo fondato, per capire la complessità del cibo, nel 2004 l’Università di Scienze Gastronomiche, la prima al mondo e che recentemente ha ottenuto il riconoscimento come nuova classe di laurea dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Tuttavia è altrettanto innegabile che, a più di trent’anni dalla sua nascita, il contesto globale in cui oggi l’associazione si trova a operare sia radicalmente cambiato, rendendo necessaria un’evoluzione di metodo e di contenuto.

Viviamo in una società sempre più polverizzata, in cui la forza delle grandi narrazioni che per decenni hanno aggregato e mosso le persone all’impegno ha perso il potere di attrazione, specialmente tra le giovani generazioni. Non solo, ma assistiamo a una crescente sfiducia nelle modalità associative classiche figlie dell’Ottocento, progressivamente marginalizzate dalle dinamiche comunicative proprie dell’informatica e dei nuovi media. Di fronte a questo scenario è necessario interrogarsi.

Quale futuro c’è per l’impegno sociale e per l’attivismo? Siamo condannati ad assistere impotenti alla definitiva affermazione di un individualismo impermeabile alle grandi questioni globali che l’umanità si trova ad affrontare?

Io sono fermamente convinto di no. Ovunque si volga lo sguardo c’è una grande fame di impegno e di cambiamento, e la consapevolezza delle conseguenze globali del nostro agire locale cresce senza sosta. Soprattutto i giovani non si accontentano di ricette preconfezionate, sono e vogliono essere protagonisti attivi della propria esistenza proprio in virtù di questa stretta connessione con il mondo che l’era digitale rende, paradossalmente, tangibile. E allora l’associazionismo si deve adeguare. Le idee devono tornare a essere il motore dell’azione collettiva.

Ed è quello che in questi anni abbiamo costruito con Terra Madre che ha fatto di Torino un centro di elaborazioni del pensiero dove le culture del mondo si ritrovano per dialogare, in armonia e senza distinzioni, su temi concreti. È necessario superare le barriere burocratiche che i vecchi modelli portavano con sé. Inclusione, orizzontalità, fluidità, libertà d’azione e apertura devono essere le parole d’ordine per una nuova partecipazione. Su questa strada anche Slow Food dovrà marciare per i prossimi anni.

Le istanze del cibo buono, pulito e giusto per tutti continuano a diffondersi, l’attenzione nei confronti di ciò che finisce sulle nostre tavole è sempre più trasversale, in molti casi anche da parte di coloro che non sanno nemmeno che esiste un’associazione che ha fatto di questo la sua ragione di essere.

Per questo dobbiamo essere aperti e inclusivi, è necessario far sì che le idee del nostro movimento siano in grado di camminare anche su gambe altrui, perché sono giuste e perché la battaglia è ancora tutta da vincere. Per questo la sfida organizzativa è quella di favorire l’azione locale, è quella di dare a tutti la forza e gli strumenti sia culturali che progettuali per diventare soggetti attivi e attori del cambiamento. Solo così potremo veramente realizzare il futuro del cibo come lo auspichiamo.

Quando oltre trent’anni fa da Bra partiva l’avventura di Slow Food, avevamo stabilito due pilastri come elementi necessari al nostro agire associativo: intelligenza affettiva e austera anarchia. Concetti che rimangono quanto mai attuali e necessari per il nostro futuro. A patto che siamo davvero in grado di praticarli ogni giorno, perché solo con la capacità di comprendere le nostre e le altrui fragilità possiamo realizzare la fratellanza con gli altri esseri umani, e solo con la consapevolezza che ciascuno deve poter agire in autonomia possiamo dirci veramente liberi e inclusivi.

 

Carlo Petrini

da La Repubblica del 6 febbraio 2018

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